I NUOVI CONQUISTATORI

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notoNello scorrere i siti web che trattano di notizie e di politica siciliana, scorrendo le reazioni sui social network, si percepisce un’insofferenza e una frustrazione ormai collettive: all’interesse che il mondo manifesta per la nostra isola (il turismo è in crescita, il British Museum di Londra ha appena inaugurato una mostra dedicata alla Sicilia, l’UNESCO è più occupato nella nostra isola che in tutto il resto del mondo) sembra corrispondere, in Sicilia, un’amministrazione cialtrona e irresponsabile. Difronte all’immobilismo, alle occasioni mancate di sviluppo, all’assenza di un progetto globale, anche il funzionario dell’UNESCO Ray Bondin era già sbottato nel 2014 deplorando l’incapacità delle varie amministrazioni di gestire l’immensa fortuna dell’isola. “L’isola non gestisce il suo patrimonio e non investe”, aveva detto.

Adesso – forse merito dei social? – l’insofferenza collettiva siciliana davanti a tale situazione di impasse, o peggio, di perdita, sembra sempre più diffusa. Ma perché allora nulla o poco sembra andare nel verso giusto, nel verso di una valorizzazione corretta, doverosa, del patrimonio storico, culturale, ambientale inestimabile che è sotto gli occhi di tutti?

Conquistati ed isolati.

Nella storia politica della Sicilia la capacità di autodeterminazione, la capacità di autogoverno, sono quasi inesistenti. Lo sanno anche le pietre: noi siciliani siamo sempre stati governati da qualcuno… da qualcuno che veniva da fuori. Malgrado le apparenze, dopo quella piemontese, anche il periodo odierno, repubblicano, è stato per la Sicilia un’ennesima forma di conquista. Conquista che, con noi in qualche modo complici, ha generato i nostri incubi: la connivenza dello Stato con le mafie, l’impoverimento pianificato dell’economia meridionale, l’economia basata sull’assistenzialismo, lo stupro del territorio, l’immagine diffusa della Sicilia come terra di degrado e violenza. A questa condizione storica se ne aggiunge però un’altra, forse più profonda. Per tutto il ‘900, la Sicilia ha vissuto nell’isolamento. Un isolamento che ha finito col generare un logico complesso di inferiorità collettivo. Allora, da sempre conquistati, poi, forse per la prima volta, estromessi dalla storia, complessati per via di un progresso mancato, come fare a sentire che il nostro patrimonio, e il nostro destino, ci appartengono? E se non ci appartengono come potremmo esserne responsabili ?

Per questo Ray Bodin sbotta senza riuscire a capire. Ma, a noi siciliani, la storia non ci ha ancora dato l’opportunità di forgiarci l’idea di bene comune! Quel bene che, sotto gli occhi di tutti, per il solo fatto di proteggerlo e conservarlo, semplicemente, senza artifici né aggiunte, ha e crea valore per tutti.

Oggi, e lo dico sperando che l’apparente provocazione possa generare una riflessione, l’ultimo conquistatore della nostra terra si chiama UNESCO.

L’UNESCO, a differenza degli altri, in Sicilia, è un conquistatore suo malgrado, ed è un conquistatore immateriale, senza esercito né cattive intenzioni, anche se i suoi effetti, però, immateriali non lo sono per niente. Le buone intenzioni dell’UNESCO sono difatti innegabili, ma l’iniziativa della lista World Heritage ha due aspetti che non dovrebbero passare inosservati. Il primo è il carattere inevitabilmente infantile dell’iniziativa. Il secondo è, in un mondo sempre più globalizzato,  il carattere di conquista indiretta, appunto di fattore esogeno, che l’iscrizione nella lista porta con sé in termini di conseguenze sociali ed economiche per le comunità che ne entrano a far parte.

Riguardo al primo punto, il giorno in cui l’UNESCO (e lo farà!) da una capsula spaziale in orbita intorno alla Terra proclamerà il Pianeta Terra (tutto!) Patrimonio dell’Umanità, in quel giorno l’umanità avrà fatto un notevole passo avanti verso una più grande maturità.

Riguardo al secondo punto, occorre riconoscere che l’iniziativa World Heritage dell’UNESCO ha un legame indissociabile col turismo di massa. Nel momento in cui un luogo entra nella lista, poco dopo è invaso dai turisti e spesso, se è in Europa, solo nei mesi caldi. Il turismo di massa, quando si manifesta in questo modo improvviso, non è un elemento accessorio nella vita di una comunità. Porta con sé nuove esigenze da soddisfare e opportunità economiche per i locali le quali trasformano il vivere quotidiano, i paesaggi urbani, e a volte persino i tratti profondi di una comunità. Venezia, Firenze, sono città che per via del turismo di massa hanno subìto una mutazione radicale. Gli abitanti hanno abbandonato i centri di queste città che si sono organizzate quasi esclusivamente intorno alle esigenze dell’economia del turismo, del turista che solo per qualche ora, o qualche giorno, viene a “conquistarne” il territorio.

Ovviamente non si tratta di opporre gli uni agli altri, i conquistatori ai conquistati. Non si tratta di contrapporre le conseguenze UNESCO ai timori per la perdita dell’identità locale. Si tratterebbe invece di capire come governare questi nuovi e improvvisi processi senza doverli subire, senza gloriarsi per il bel riconoscimento ottenuto da un lato sciupando poi occasioni di finanziamento dall’altro; cercando di evitare che le esigenze immediate del turismo e della sua economia diventino il baricentro della politica a scapito della comunità; evitando di cadere in una politica miope,  frettolosa o di facciata.

In molti casi infatti osserviamo che il perimetro della politica, come quello della città, sembra restringersi sempre più intorno alla zona UNESCO, che è la zona che interessa al turista. Il rischio di tale dinamica è che le zone urbane adiacenti rischiano allora di diventare naturalmente accessorie o, nel peggiore dei casi, funzionali ai bisogni della zona World Heritage.

Non stupisce allora che a Noto, la Villa Comunale, la Flora, un esempio del giardino siciliano di fine ‘800, adiacente al centro storico della città, sia stata di recente alterata, trasformata in una sorta di incoerente e caotico viale di passaggio per turisti, o parcheggio? e pure abbondantemente asfaltata, quando nell’800 ovviamente non lo era.  Non stupisce il progetto (pare abbandonato) di asfaltare alcune vie dei quartieri storici del Piano Alto con aggiunta di una rotatoria accanto alla chiesa del Crocifisso al fine agevolare il traffico divenuto caotico nel periodo turistico. Per finire, la questione del mare. Sembra che, d’un colpo, dall’anno scorso, le autorità si siano rese conto che l’erosione della costa è una realtà e che ovviamente è incompatibile con le esigenze turistiche. In quattro e quattr’otto un progetto è già pronto e pare sia pure finanziato dalla Regione: costruire dei lunghi pettini difronte al litorale. Chi sono allora i conquistatori e chi i conquistati? Scelte frettolose, mai discusse con la comunità dei cittadini! quando tra l’altro sappiamo che gli studi scientifici più recenti affermano che tutti i vecchi sistemi tradizionali di contenimento dell’erosione  costiera (dighe, pettini, barriere) sono troppo costosi, inefficaci e persino controproducenti. Isolamento, complesso di inferiorità? Progetti di tale portata ambientale andrebbero prima valutati insieme ai centri di eccellenza internazionali che studiano da decenni l’evoluzione del litorale marino, discussi pubblicamente, valutati con le associazioni ambientaliste. In Francia, ad esempio, dove la difesa della litorale è un priorità, stanno mettendo a punto un sistema poco costoso ed invisibile da adattare alle specificità della costa.

Nell’attesa che il pianeta sia un giorno Patrimonio dell’Umanità e che non ci siano più né conquistatori né conquistati…

Stefano Alderuccionoto

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